Ritorno da Rio

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Rio é ormai a due ore Di distanza. Un aereo mi sta portando a casa dopo 30 giorni di Brasile. Quando sono salito ero felicissimo di ripartire perché i miei cari e la mia casa mi mancano davvero tanto. E non posso non pensare a quella povera gente che non ha più una casa ed ha perso i suoi cari.
Qualche giorno fa ho sentito Nibali al telefono, era dispiaciuto ma sereno, tranquillo. A distanza di tanti giorni dalla corsa ha voluto ribadirmi il dispiacere non tanto per lui ma per i compagni di nazionale che tanto avevano fatto per lui. Sotto questo punto di vista è stata una spedizione straordinaria. Avevamo curato tutto nel minimo dettaglio. In corsa i ragazzi sono stati perfetti. De Marchi che, dopo 20 km, viene in coda a dirmi che non c’ è possibilità per noi italiani di andare in fuga perché, spagnoli inglesi e francesi ci marcano a uomo, e proprio per non sfiancare In scatti inutili Caruso e Rosa, ritiene giusto sacrificarsi lui. Ora avete capito perché non c’era un italiano davanti.
Caruso doveva sganciarsi al primo giro della salita lunga portando via una fuga ma sempre pensando che dietro sarebbero potuto rientràre Aru e Nibali come puntualmente è successo.
Ho passato 30′, quelli dell’ ultima salita, con il cuore in gola. Un mix di ansia, emozione, timore, speranza che neanche mi permetteva di stare seduto in macchina. Quando é cominciata la discesa e la radio ha comunicato il vantaggio dei tre sugli inseguitori ho preso la testa tra le mie mani. Non guidavo io, ma Marco Velo. Ad un certo punto radio corsa dice un nome: Maika e niente più. Passa qualche secondo, Alzò gli occhi e li, davanti a me, steso sull’asfalto c’ è Vincenzo. Scendo dalla macchina ma non riesco a dire nulla. Gli vado vicino, lui si lamenta per la spalla, gli fa male. Finisce lì, il nostro sogno di conquistare la medaglia d’ oro alle olimpiadi, un sogno che Nibali cullava da anni.
E dire che tanti hanno criticato l’avvicinamento di Vincenzo. Ma come, un campione come lui che va al tour per fare il gregario? È uno scandalo, una brutta cosa.
I detrattori sicuramente non sanno minimamente cosa vuol dire cercare di realizzare un sogno. Vincenzo veniva dalla vittoria al giro e l’ unica possibilità che aveva di vincere a Rio era partecipare al tour senza fare classifica. Per realizzare dei sogni, per raggiungere degli obbiettivi bisogna sacrificare qualcosa e Vincenzo era determinato in questo. Non l’ avevo mai visto così sereno e fiducioso come nei giorni precedenti la corsa. Questo cosa vuol dire? Che quando pensi fortemente a qualcosa di bello, quando ti concentri su qualcosa che sogni da anni, a qualcosa bisogna rinunciare. Infatti i primi quattro di Rio hanno fatto il tour disinteressandosi della classifica e tutti coloro che si sono spremuti per farla, bene o male hanno pagato dazio. E poi vogliamo parlare di Vincenzo gregario? Ma se continuiamo ad elogiare tutti quei corridori che lottano e lavorano per gli altri, perche non possiamo farlo anche con i campioni? Chi sono loro? Perché non possono aiutare? Dove sta scritto? Vi dico una cosa, i campioni, anzi i Campioni con la C maiuscola, sono quelli che vincono e si mettono a disposizione. I Campioni sono coloro che ogni tanto mettono da parte il loro egoismo e donano la loro abilità mettendola a disposizione della squadra. Come del resto ha fatto Aru per Nibali a Rio. Non dimenticherò mai le parole che Fabio ha detto guardando in faccio Nibali la sera dopo la corsa olimpica:” Mi dispiace che tu vada via dall’ Astana perché da te ho imparato molto e in questi ultimi mesi ho capito tante cose”. Questi sono i veri campioni. Coloro che mettono gambe e umanità, che quando pedalano ci emozionano e quando parlano ci fanno capire di che pasta sono fatti.
Poi una caduta ti ruba un sogno che sta per avverarsi ma tutto il resto rimane ed è per questo motivo che non sono dispiaciuto per non aver visto vincere Nibali perché da questa olimpiade mi porto a casa qualcosa di molto più importante: l’onesta, la dedizione, il sacrifico, lo spirito di squadra di 5 ragazzi che mi hanno regalato una giornata che mai dimenticherò nella mia vita. Lotto e lotterò con tutte le mie forze per vincere, curerò nei minimi dettagli ogni volta che schiererò una squadra al via di una corsa ma non sono per la vittoria ad ogni costo. Le corse tante volte ti lasciano qualcosa di bello anche se non le vinci.
Ho avuto un maestro nella mia vita, Alfredo Martini. Sono sicuro che se fosse stato ancora al mondo la sera del 6 agosto avrebbe telefonato a De Marchi, Aru, Nibali, Rosa e Caruso ringraziandoli per quello che avevano fatto. È poi avrebbe chiamato anche me per chiedermi quando sarei andato a trovarlo.
Come l’ultima volta che ci siamo visti, a casa sua, davanti alla televisione guardando NIbali che conquista il tour. Non riusciva più a parlare Alfredo ma quella sua mano a stringere la mia aveva un significato che nessuna parola poteva eguagliare.

Crocodile Trophy

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Pubblicato dalla gazzetta dello sport :
Non mi era mai capitato di percorrere 100 km senza vedere una casa. Mi correggo. A Cairns di case ce ne sono tante anche perché è’ il punto di partenza per gustarsi la famosa barriera corallina ma dopo 13° km il nulla, ma parlo di case perché il resto e’ favoloso.

L’ ultima impronta dell’uomo e’ una gigantesca diga poi 3 che mi hanno fatto faticare. Il sentiero era talmente ripido che ad un certo punto mi ha superato un concorrente a piedi.

Cosa ho fatto? Sono smontato ed ho cominciato a spingere pure io la mia bici. Ma ne valeva la pena.

Siamo entrati nella foresta pluviale. Qualcosa di indescrivibile. Solo la bici poteva portarmi qua in mezzo anche se ci sono momenti che devo spingerla. Siamo partiti in 100 ma ora solo Matteo e Iader sono con me. I primi vanno come le ventole chissà dove saranno. Mi guardo le gambe e sono rosse di polvere. Sudo e bevo. Bevo e sudo ma la fatica e’ quella giusta, almeno per ora. Dopo 25 km il primo rifornimento. Un mezzo con una botte sopra e 4 rubinetti dove esce acqua che è’ più calda di quella che mi è rimasta nella borraccia. A destra un bancone con qualche ananas e alcune fette di cocomero. In effetti non sono ad una qualsiasi gran fondo italiana ma in mezzo ad una foresta.

Dopo la discesa finalmente un po’ di pianura. Iader in testa. Matteo a ruota ed io a chiudere il trenino. Dopo il 2 rifornimento una nuova salita. Sono più di 10 km e la nostra velocità non supera i 7 km orari. Sono stanco. Stanco di salire, di pedalare con una bicicletta che diventa sempre più pesante. Il Garmin mi dice che mancano ancora 200 metri per arrivare ai 1200 di altitudine.

Non e’ stanchezza. E’ sconforto. I km non passano mai. Abbasso la testa. Penso a quando ero corridore. A quando nelle tappe, per dire, del tour dovevo trovare la forza per raggiungere il traguardo. Questi sono i momenti, almeno per me, importanti. Perché riesco a sentire il mio corpo’ a dialogare con lui. I mia oli che spingono la mente che ti dice di fermarti ma alla fine e’ solo volontà. Che a volte di abbandona ed invece è’ li, al tuo servizio

E me ne rendo conto quando la strada torna a scendere e anche dopo, negli ultimi 11 km totalmente pianeggianti. Le gambe spingono. Il traguardo si avvicina poi arriva. In riva al lago Tinaroo.

Il primo e’ arrivato da 1 ora e mezza ma oggi sono più forte di ieri!

Ciao Amico e Maestro

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Eravamo a casa tua, io di fianco a te, abbiamo visto insieme l’ultima tappa del Tour quando i Campi Elisi sono diventati una grande strada azzurra e Vincenzo ha regalato a tutti un sorriso, finalmente convinto. In quel momento mi hai detto: “Davide, adesso tocca a te”. Di quelle parole io vivo: “Davide, tocca a te”.

Una semplice frase che con freddezza estrema e sottile coerenza mi rimanda dai sogni alle concrete vicende del mio mondo, quello del ciclismo; dalla paura di non soddisfare i tuoi, i miei desideri al timore di non saper dare concretezza alle tue speranze che sono, soprattutto, le speranze di tutti coloro che vogliono bene al ciclismo italiano.

Ho paura nel sostituirti in un ruolo così importante e cosi difficile. Difficile, soprattutto perchè sognare non basta, men che meno sperare.

Il dolore di averti perso, pur grande, non sarà mai uguale alla gioia di ritrovarti ogni giorno in quello che penso, che programmo, che desidero come commissario tecnico.

Ci sei tu, sempre, con i tuoi insegnamenti, le tue raccomandazioni, la tua onestà che ti ha portato a diventare un punto di riferimento per generazioni di corridori.

La mia, nel tuo ricordo, sarà una squadra di uomini generosi, amici, con in testa un solo desiderio, ma fortemente voluto: indossare la maglia azzurra con dignità.

E vorrei regalarti buoni motivi per rivedere ancora i tuoi occhi umidi di gioia e sentire la tua mano che stringe la mia come l’ultima volta quando, insieme, abbiamo condiviso la gioia di essere primi con Vincenzo sul podio del tour de France e l’arco di trionfo a fargli da degna corona.

Ciao amico e maestro.

RICORDI PER UNA BICI RITROVATA

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All’ una mi sono cambiato, ho preso la mia bici e sono uscito. Una giornata cosi bella non potevo sprecarla. Da Faenza a Lugo da solo poi in gruppo, il solito, composto da ex professionisti come Romano Randi e Giampaolo Mondini e da tanti amatori davvero forti. Le neve a bordo strada non ce la fa a resistere contro queste temperature troppo alte, i segni sono i rivoli d’acqua che sporcano me e la bicicletta. L’andatura è tranquilla e regolare ma ho voglia di faticare, di sentire il mio cuore battere forte, veloce. Le salite delle Caibane è l’ideale per esaudire il mio desiderio. La catena sul 34 le gambe che mulinano un rapporto fin troppo agile ma va bene cosi, voglio andare forte fino in cima e di km ne mancano 3. Non c’è una macchina, solo corridori sparpagliati lungo i tornanti nel bel mezzo di un bianco candido. Non posso andare più forte di cosi, anzi potrei ma è questa la velocità che voglio. Pedalo a 160 pulsazioni ma non sono a tutta. Era questo che volevo, sentire il mio respiro, ascoltare il dolce fruscio delle
ruote, spingere su quei pedali che non mi fanno nessuna resistenza, guardare le colline che mi circondano. In cima giro la bicicletta, torno indietro e mi ritrovo nuovamente in mezzo al gruppo, a Castelbolognese, incrociando la Via Emilia, saluto la compagnia ma dopo 300 metri mi fermo davanti al negozio di Daniele Caroli mio ex compagno di squadra.
Ho un solo rimpianto per il mio passato da professionista, non aver tenuto nessuna bicicletta e so che Daniele ne ha una in vendita, me l’ha detto mio zio Veraldo. E’ quella del Mondiale di Renaix del 1988 che avevo comprato e rivenduto ad un mio amico di Solarolo.
Ciao Daniele, è vero che hai una bicicletta da vendere che una volta era la mia? “Si Davide, ce l’ ho in cantina, la vuoi vedere”?
Si, grazie.
Eccola, è ancora bellissima, sembra nuova, almeno il telaio. Solo la sella e i pedali sono stati cambiati il resto è originale. I manettini sul telaio, i freni delta, il manubrio rivestito e il reggisella con inciso il mio cognome. E’ una Bianchi, il colore quello tradizionale ma con le cromature tendenti al nero, molto elegante.
Non riesco più a staccare gli occhi da quella bicicletta. La guardo, la tocco, la sollevo (cavolo se è pesante). Non posso non pensare a tutti i km fatti insieme. Sono passati ben 25 anni ma il tempo non ha scalfito le sensazioni che quella bicicletta mi ha regalato.
Mancano 25 km all’arrivo, un giro e mezzo. Il Mondiale è ancora tutto da giocare. Scatta Criquiellion in un tratto insignificante, dopo una curva a sinistra, in pianura. Lo segue un francese. Io, non vedendo nessuna maglia azzurra nei paraggi mi alzo sui pedali e mi accodo. Sono costretto a fare un km a tutta, non mi volto e quando lo faccio non c’è nessuno dietro di me. Siamo in 4. E adesso che cazzo faccio qua? Intanto sto a ruota poi vedremo mi son detto tra me e me.
Rientrano altri 10 corridori ma un solo italiano, il giovane Maurizio Fondriest che di anni ne ha solo 23. Saronni non c’è, neanche Bugno, neppure Argentin. In compenso la Francia ne ha addirittura 5 tra cui Fignon. Sono loro che menano, noi restiamo a ruota. Il percorso presenta una salita non troppo dura che comincia poco prima del passaggio sotto lo striscione d’arrivo. Suona la campana, sono in seconda posizione. Scatta Criquiellion, io non posso seguirlo, va troppo forte per me. Mi giro per cercare MAurizio ma ha già capito tutto. Si alza sui pedali, segue il belga, se ne vanno. In cima hanno 100 metri di vantaggio. So già cosa succederà e quando Fignon mette il lungo rapporto per scattare sono già alla sua ruota. Si gira e quando mi vede desiste. A metà discesa riparte ma non mi sorprende. Alzo lo sguardo e vedo fin troppo bene la maglia azzurra di Fondriest, sono ancora li, a 150 metri. Quando torna la pianura giriamo a destra e per la terza volta è Laurent Fignon che cerca di sganciarsi. Non ce la faccio più, sono cotto ma trovo la forza di reagire. Sono in punta di sella, sto per mollare ma ancora una volta riesco a tenere la ruota del francese e anche questa volta è lui a cedere. Ora non ne ho proprio più, sono sfinito, cotto ma ancora lucido. Nessuno mi può aiutare, nessuno mi può dire qualcosa ma sto correndo la corsa della mia vita. Sto indossando la maglia azzurra e so che in quel momento ogni mia mossa può condizionare le sorti del nostro Mondiale. Quante volte mi sono immaginato una scena del genere. Il mio sogno è diventato realtà. Ogni volta che, da bambino, servivo messa e mi inginocchiavo per pregare, imploravo Dio che mi aiutasse a diventare un campione. In quei km finali mi sentivo un campione anche se stavo correndo da gregario, come sempre. Parte Bauer, il canadese. Decido di lasciarlo andare perchè non credo possa riprendere i due al comando e poi perchè le ultime energie devo tenerle per un nuovo, eventuale scatto di Fignon. E’ lui, secondo me, l’unico che può farci perdere la corsa.
Bauer rientra, lancia la volata, chiude Criquiellion, lo fa cadere e Fondriest vince il Campionato del Mondo.
Quella bicicletta ora è li, sotto i miei occhi. E’ lei che arrivò 7° in quel Mondiale, che andò a prendere tre volte Laurent Fignon, che fu venduta al termine di quella stagione.
Ora è tornata mia, la settimana prossima la riporterò a casa dove avrebbe sempre dovuto stare.
E’ bastato rivedere quella Bianchi. Gli ultimi 25 km, gli scatti, la caduta, la volata di Maurizio. Un pensiero mi fa luccicare gli occhi. Laurent Fignon non c’è più, è morto due anni e mezzo fa, aveva 50 anni. Lui si che è stato un campione.

PROFESSIONISTI: AUSTRALIANI IN CIMA AL MONDO E GLI ITALIANI?

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Con la Milano Sanremo si è chiusa la prima parte di stagione cominciata e finita con Simon Gerrans. E’ proprio lui che aveva cominciato alla grande vincendo la prima corsa della stagione, il Tour Down Under in Australia e si è ripetuto, un po’ a sorpresa, sabato scorso trionfando sul traguardo della classicissima di primavera. Gerrans è nato a Melbourne il 16 maggio 1980. Il ciclismo l’ ha scoperto per caso quando, dopo l’ennesimo incidente in moto, (praticava motocross)  ha inforcato una bicicletta per guarire più in fretta. A consigliarlo fu il suo vicino di casa, Phill Anderson, primo australiano ad indossare una maglia gialla al Tour de France. Passa professionista nel 2005 ed è uno dei pochi ad aver conquistato  almeno una tappa nei 3 grandi giri, In Italia ha vinto la tappa di Bologna, nel 2009 con l’arrivo in cima al Santuario di San Luca e in Italia ha vinto anche la tappa del Tour 2008. Non ho sbagliato, quell’anno la corsa francese sconfinò a Pratonevoso dove l’australiano si impose al termine di una lunga fuga. Sabato scorso non è stato il più forte ma colui che, prendendo rischi, ha finalizzato il grosso lavoro di Cancellara. Quando è partito NIbali in salita Gerrans era pronto alla sua ruota dandogli un cambio, uno. Quando in fondo alla discesa lo svizzero ha chiesto collaborazione l’ australiano ha dato un cambio, uno. E’ stato bravissimo perché scattare sul Poggio e tenere Cancellara in discesa non è stato facile ma il capolavoro è stato nel calibrare lo sforzo e sfruttare lo spunto veloce che si ritrova. NIbali è andato forte ma una osservazione mi sorge spontanea. Quando un corridore arriva ultimo nel primo gruppo e un altro della medesima squadra termina primo del secondo gruppo qualche cosa non è andata per il verso giusto. Sagan era uno dei favoriti, è andato forte e se avesse avuto tutta una squadra per sè probabilmente avrebbe vinto. Lo scatto di Nibali era nelle previsioni ma dopo il ritiro di Cavendish sarebbe stato meglio correre in un’altra maniera. Senza dimenticare che con Sagan c’era anche un ottimo Oss che poteva anche lui lavorare alla causa Liquigas invece avendo Nibali davanti non ha potuto fare nulla. A proposito di Vincenzo NIbali  vorrei sottolineare i miglioramenti rispetto allo scorso anno. Alla Tirreno è stato impeccabile. Sulla salita di Prati di Tivo ha fatto un allungo, secco, deciso, è arrivato da solo staccando tutti. Una salita, quella finale, di 14,6 km (dislivello 1030 metri) percorsa in 38’53” alla media di 22,500 con una VAM di circa 1.600 metri/ora.

A cronometro è migliorato tantissimo. Quella di San Benedetto, sempre alla Tirreno, era la stessa del 2011. Cancellara ha impiegato 3” in più rispetto allo scorso anno, Anche Evans e Scarponi sono andati più lenti rispettivamente di 17” e 20”. Vincenzo Nibali  invece ha guadagnato ben 17”, vuol dire quasi 2” a km, un abisso.  Un anno in più, posizionamento più aerodinamico, allenamenti specifici hanno permesso al siciliano di migliorare nelle gare contro il tempo e, in vista del Tour, è fondamentale. Giro o Tour? Se io fossi in lui punterei tutto sul Tour de France perché con questi avversari non dico che può vincere ma il podio è alla sua portata e non è cosa da poco. Inoltre c’è da dire che, partendo cosi forte, come può tenere la forma fino a fine maggio?

Tornando a questa prima parte di stagione sono 10 i professionisti italiani ad aver vinto almeno una corsa, e tra questi Moreno Moser, ventunenne Trentino figlio di Diego, nipote di Francesco. L’ ultimo dei Moser (c’è anche Ignazio nei dilettanti) ha vinto alla grande il Trofeo Laigueglia. E’ partito sul capo  Mele staccando tutti e non l’hanno più ripreso. E’ forte, molto forte, tra i dilettanti non si è spremuto tanto, è completo, forte a cronometro ed in salita. Diamogli tempo.

Guardini ha fatto filotto in Malesia, 6 volate 6 vittorie. Non aveva velocisti alla sua altezza ma credo che di volate ne vincerà parecchie quest’anno, magari anche 1 al Giro dove farà il suo debutto in questo 2012. Il suo punto debole è la salita ma bisogna tenere presente che anche Cavendish appena passato professionista era il primo a staccarsi ed ora sapete tutti come va.

Tante vittorie anche per Francesco Chicchi ben 5. Non capisco il motivo per cui il toscano non sia ancora riuscito a vincere una tappa in un grande Giro. Lo so che per vincere bisogna quantomeno esserci, dico questo perché, passato nel 2003, ha preso parte ad un solo Giro e un solo Tour. Perché? Non lo so. Ora provo a chiederglielo. In questo 2012 ha vinto 2 tappe in Argentina e 3 corse in Belgio dove vincere non è mai cosa facile.

Altro velocista, Elia Viviani, anche per lui già 5 successi e di anni ne ha solo 23. Sarà l’unico italiano ad avere diritto di partecipare ai giochi olimpici di Londra, specialità pista. Una medaglia nell’Omnium è alla sua portata ma anche su strada è fortissimo e tempo un paio di anni, corse come Sanremo, saranno alla sua portata.

Ora comincia la stagione delle grandi classiche del nord, uno spettacolo da non perdere. Voglio farvi notare che tutte le corse saranno trasmesse in diretta da rai sport 2 (oltre a Rai3). E quando dico tutte non è tanto per dire. Da mercoledì 22 marco a domenica 22 aprile, dalla Dwar door Vlaanderen alla Liegi Bastogne Liegi senza perdere un km di gara. Tutto in diretta. A presto

DOPING…RIFLESSIONI DI UN CORRIDORE

Ormai siamo per tutti lo sport dei drogati, la feccia di questa società. Sei un ciclista? Sei un dopato. Correre in bicicletta, è sempre stata la mia passione, da quando sono un ragazzino ho dedicato la mia vita alla realizzazione di un sogno, correre il Giro d’Italia. Avevo 15 anni quando il sabato sera me ne tornavo a casa fregandomene degli sberleffi dei miei coetanei che, rincasando alle 9 di sera mi consideravano un mezzo rincoglionito. Avevo 16 anni quando nel branco ero l’unico che si rifiutava di prendere una sigaretta in bocca perchè non era quella che mi faceva diventare grande, avevo 18 anni quando allo sballo del vino facile e abbondante preferivo un bicchiere di spuma al cedro. Avevo 21 anni quando il mio sogno si è avverato e 35 quando mi sono reso conto che era meglio cambiar mestiere. Non è passato giorno che non abbia pensato alla mia professione che poi era anche la mia passione. Andare a letto alle 10 non è mai stato un sacrificio e non mi sentivo ferito neanche quando qualche idiota a bordo strada mi prendeva per il culo solo perchè ero l’ultimo, a mezzora dal primo. Ho gioito come un bambino tutte le volte che ho dedicato gambe e cuore ad un compagno di squadra più forte di me, ho toccato il cielo con un dito quelle poche volte che sono riuscito a vincere una corsa e ho pianto dal dolore non so quante volte quando, insanguinato e ferito, riprendevo la mia bicicletta per andare insieme all’ arrivo. Ho trascurato la mia famiglia, assecondato il mio istinto, seguito il mio cuore. Ho macinato 800.000 km, scalato salite impossibili. Ho lottato contro la neve della marmolada, combattuto l’afa sull’ Aubisque. Ho cercato sempre di portare la bicicletta all’arrivo e mi sono sempre sentito un eroe anche se per la maggior parte della gente ero un mezzo corridore. Da corridore non mi è mai importato niente del giudizio altrui perchè ero in armonia con me stesso. Come sono in armonia ora nonostante il mio sport sia trattato come il peggiore di tutti. I corridori? Delle merde di uomini che son capaci solo di doparsi. Che poi siano capaci di correre sotto la neve o con 40 gradi nessuno lo dice. Che il 50% di loro guadagni 40.000 lordi cioè 1 euro a km (un prof può arrivare a percorrere 40000 km in un anno) non frega niente a nessuno e che l’unico loro pensiero sia quello di aiutare un proprio compagno di squadra dimostrando una generosità che non è più di questo mondo, una dote che mai viene sottolineata.
No, siamo un branco di drogati. Punto e basta. Poi viene fuori l’operacion Puerto. 500 sportivi coinvolti, 250 sacche di sangue in frigorifero. Dal 2006 solo il nome di qualche ciclista è saltato fuori. Italiani, tedeschi, colombiani ma soprattutto solo ciclisti. Fuentes dice che è disposto a collegare i codici ai nomi ma nessuno gli chiede nulla. Il file del pc non viene toccato per il diritto alla privacy. Fuente dice che se parla salta lo sport in Spagna e per essere tranquilli qualcuno pensa bene di lasciare le sacche di sangue fuori dal figorifero cosi, essendo danneggiate, non servono più a nulla. Il presidente di una squadra di calcio accusa il suo predecessore dicendo che ha pagato a Fuentes centinaia di migliaia di euro. Notizia che va a finire nelle brevi. Esce il nome di una squadra di calcio italiana ma subito a dire che è il nome di un corridore (ovvio) dell’ est. Su un numero imprecisato di sacche c’era scritto “campionato d’Europa” e da quel che so io nel ciclismo non c’è tale manifestazione, nel calcio si. Fuentes dice di aver curato anche tennisti, calciatori, atleti dell’atletica leggera ecc ecc ma i nomi che vengono fuori di chi sono? Solo ciclisti. La wada si è presentata ai mondiali di calcio del 2006 ma sono stati rimandati a casa e nessuno ha mai detto nulla. Facile essere forti con i deboli e deboli con i forti. Cipollini era dopato? Non lo so, lo scopriremo ma vorrei sapere chi erano gli altri sportivi che tenevano sacche di sangue in quel frigorifero e soprattutto perchè io che sono un ciclista sono un dopato e tutti gli altri sono dei santi. Ma davvero pensate che il doping sia un problema solo del ciclismo? Ma se sono tra i pochi che accettano passaporto biologico, esami del sangue, reperibilità obbligatoria, perchè gli altri rifiutano tutto questo?

…E DOMANI SI VA A CASA

Buona sera amici miei
Volevo dirvi che sto molto bene, pienamente recuperato e pronto per guardarmi la partita. Sono tifoso del Bologna ma questa sera tifo Milan altrimenti i miei figli mi licenziano. Qui al San Paolo ottima cena con un bel passato di verdure pure’ di patate e crema di cioccolato. Non esattamente in zona ma non potendo masticare, il convento passava questo. Finalmente dal braccio destro hanno tolto l ago cannula, era da lunedì sera che era ancorato alla mia vena. In compenso pero’ un agone più grosso spunta con farfallina annessa dal avambraccio destro. Non vi faccio la foto perché anche se ho parlato di farfallina non e’ paragonabile a quella di belen.
Prima Dell intervento sono venuti al mio capezzale (esagero tanto sono io il malato) il primario, professore Federico biglioli ed il dottor dimitri rabbiosi che poi sara’ colui che mi metterà le mani in faccia. 
Non avevano planimetrie e altimetrie ma una semplice pila per valutare il da fare. 
“bisogna forare qua, ricostruire la, sollevare li sotto e ricucire meglio li..” poi ” tranquillo signor Cassani, lei tanto non sentira’ nulla, l operazione e’ facile facile”
ho pensato ” anche la tappa Dell aquila era poca cosa poi e’ scoppiato un casino incredibile” 
Con le mie gambe sono andato, accompagnato da una infermiera, in sala operatoria. Appena arrivato mi hanno detto ” vada li dentro e si spogli”. Era uno spazio formato da un paio di separe’. 
Ma devo togliermi proprio tutto? Ma sono rotto in testa non la sotto…..
“si spogli signor Cassani, non si preoccupi”. 
So che qua sono bravissimi ma ogni tanto vi sara’ capitato di leggere di errori madornali in sala operatoria. 
Sono sdraiato sul letto con un bel camice bianco e sotto un lenzuolo color…..ospedale. Quando arriva un assistente gli ricordo che l ago cannula e’ già conficcato nel mio braccio ma lei dando una sbirciata mi risponde: troppo piccolo devo usare questo. Nooooo, in mano aveva non un ago ma un cannone. 
Mi concentro stringo i denti….Ma non sento niente. Bravissima
“ora Sara’ più tranquillo perché nella flebo c’e un tranquillante mi tranquillizza l infermiera.
Nell attesa rubo qualche colloquio fra dottori, professori e assistenti.
” dov’ e’ il fegato? E lo zigomo e’ pronto per l intervento? Mi portate la caviglia?” lo zigomo forse sono io ma secondo me non hanno bisogno del mio suggerimento. Meglio tacere tanto vedo che sono affiatatissimi. 
Chiudo gli occhi, effettivamente sono sereno e quando compare davanti al mio lettino l anestesista salutandomi dice ” ora si addormentera’ signor Cassani”. La cosa bella e’ che non ha usato la formula di giucas casella pero’ ha funzionato lo stesso. 
Ormai sta diventando un vizio lasciare per strada momenti della mia vita ma questa volta era programmato e quando mi risveglio so dove sono. Fatto tutto e dolore zero. E ti credo, con tutto quello che ho in circolo, se facessi un controllo antidoping scioglierei le ampolle. 
Mi guardo allo specchio, faccio veramente schifo, oltre ai cerotti e ematomi vari mi hanno appiccicato una sorta di maniglia a proteggere occhio e sopracciglio. Ho sonno, voglio dormire.
Ritornato alla mia cameretta fa seguito un susseguirsi di riposini, un vero e proprio mangia e bevi, sto bene, sono proprio tranquillo. 
In un momento di massima lucidita’ chiedo a Ester di accendere il pc per vedere la 3 giorni di la panne. Giusto il tempo per sentire la voce di Francesco che urla il nome di kittel.
Sembro un corridore caduto vero. Sdraiato sul letto, braccialetto con nome cognome e data di nascita ( anche in sala operatoria me l’ hanno controllata) flebo attaccata al mio fianco e Ester a girare avanti indietro ad esaudire i miei desideri…..non fate battute cavolo, sono in ospedale e anche un Po rincoglionito.
Arriva gianluca giardini, uno degli amici più cari che ho. E lui che mi ha insegnato ad usare la testa quando ero un ragazzino. Ma cosa avete capito….usare la testa non per sbatterla contro l asfalto ma per gestire al meglio una tattica di corsa. Andavo il doppio di lui e vincevo la meta’ poi siamo diventati compagni di squadra (1979 centergross). Io andavo sempre il doppio di lui, infatti lui 4 vittorie, io 9 e soprattutto mi ha trasmesso tutto il suo sapere e l ho fatto mio.
Ora sto ascoltando la partita ma di questo non parlo tanto la state guardando anche voi.
Domani dovrebbero buttarmi fuori ma ci sentiamo. Un salutone e grazie per tutto l affetto che mi trasmettete. E dato che ogni promessa e’ debito quando mi incontrerete alle corse e vi farete riconoscere come minimo vi offriro’ un caffè e se invece l incontro avverra’ in salita ( se siete mezze pippe) una spinta almeno sara’ vostra.

ANDREA CIACCHINI, DAL DIABETE AL PROFESSIONISMO

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Oggi voglio parlarvi di Andrea Ciacchini. Non lo conoscete vero? A dir la verità neanche io avevo sentito parlare di lui ma la sua storia mi ha colpito. Ha 22 anni, vive a San Giuliano in provincia di Pisa e la sua vita è tutta da raccontare. Ha cominciato a correre a 7 anni tra i giovanissimi. Il ciclismo l’aveva nel sangue, correre in bicicletta era per lui il gioco più bello del mondo. Scuola e ciclismo, libri e bicicletta, compiti e volate ma all’età di 11 anni quel sangue diventa troppo ricco di glucosio, il suo pancreas non ne vuole più sapere di produrre insulina. E’ diabete. Andrea non molla. Continua a correre perchè il ciclismo è ancora il suo gioco preferito. Esordiente, Allievo, Juniors alla Madigan di Montecatini, primo anno da Under 23 alla Lupi. Più che gli avversari deve controllare la glicemia ma proprio grazie allo sport che pratica le dosi sono nettamente inferiori rispetto a quelle che è costretto ad assumere un sedentario. Due anni fa scopre che in america c’è una squadra che si chiama come la sua malattia “type 1”. La contatta, loro rispondono, lui vola oltreoceano per correre con la squadra giovanile. E’ il 2012. In questo 2013 per lui è pronto un contratto da professionista. Il sogno si avvera, corre con campioni che ha sempre ammirato alla TV. Ha un piccolo sensore glicemico inserito sottocute a livello dello stomaco. Il sensore rileva i livelli glicemici e, per mezzo di un trasmettitore wireless, invia le informazioni al monitor che tiene nella tasca. Ieri, al GP Nobili , in 140 km ha mangiato solo una barretta proteica perchè il livello di glicemia era sempre leggermente alto. Salendo la prima volta la salita di Massino Visconti non ce l’ha fatta a stare con i migliori, si è staccato. Sarà durissima per lui ma non ha mai avuto paura di niente. Il giorno che ha saputo di avere una brutta malattia, da cui sapeva di non poter guarire, era un bimbo di 11 anni.Non si è dato per vinto, ha continuato come nulla fosse anzi, con ancor più grinta, coraggio, determinazione. Mille volte ha pensato di smettere ma non c’è mai riuscito forse perchè il ciclismo è una di quelle malattie che a differenze di altre di fanno stare meglio. Non sono le vittorie che l’hanno portato a tener duro, non ha mai vinto una corsa ed è per questo che Andrea è il classico esempio di un corridore che, più di ogni altro, è un esempio per tutti noi.

SOGNI

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Soltanto i grandi hanno la facoltà di trascrivere la Parigi Roubaix  nel loro libro dei sogni

Anche quest’ anno l ‘ha vinta un grande, un grandissimo e nessuno può dire il contrario: Johan Van Summeren  è alto 1.97 E’ nato a Lommel una città di 30.000 abitanti nella provincia fiamminga del Limburgo il 4 febbraio del 1981.

I genitori entrambi medici avrebbero preferito una carriera manageriale magari ad Hong Kong come la sorella ma lui ha scelto la bicicletta. . A 22 anni,  vince la Liegi Bastogne Liegi per dilettanti e conquista la medaglia d’argento al Campionato del Mondo under 23, . Passa professionista e si rende conto che vincere non è poi cosi facile. In 7 anni vince una tappa e la classifica finale del giro di Polonia. Stop

Cinque anni alla Lotto due  in Garmin. La corsa che gli riesce meglio è la Parigi Roubaix. 8° nel 2008 e 5° nel 2009 correndo per gli altri . Eh già…mi ero dimenticato questo particolare: Van Summeren è un gregario uno dei migliori

Subito dopo il traguardo ha detto: Questa vittoria non mi cambierà la vita e tornerò a fare quello che ho sempre fatto: lavorare per gli altri

Lo ricordo nel 2009, Van Summeren che tira per Hoste. Nonostante i tanti km al vento arriva 5° ad una manciata di secondi dal suo capitano.

Ho ancora in mente le immagini della Milano Sanremo di qualche settimana fa. Hushovd cade. Van Summeren si ferma, gli passa la ruota e lo spinge perché in quel momento è l’unica cosa utile che puo fare. Ora avete capito perché il campione del mondo non ha tirato un metro quando Cancellara è partito?.

Ma non rispetta la maglia di campione del mondo urlano i detrattori.

E’ vero che alla Tirreno Adriatico ha sgobbato per Farrar e alla Roubaix ha pensato a Van Summeren dimostrandosi un gregario modello ed è proprio per questo che ha tutta la mia ammirazione. Ha buttato a mare la possibilità di vincere la corsa dei suoi sogni per rispettare un compagno di squadra. Poteva fregarsene, dare due cambi a Cancellara ma pensava e sperava  che tra quelli davanti Johan fosse  il più forte e l’ha rispettato.

Il più forte è stato come al solito Cancellara ma senza squadra, nel ciclismo di oggi,  non si va da nessuna parte. Per lui il problema è stata l’assenza di Boonen perché si è trovato con un alleato in meno. Se il belga non fosse caduto la corsa sarebbe stata diversa

A proposito…  è stato sfortunato, è vero, ma a volte se le cerca. La foresta di Arenberg l’ha cominciata in 40° posizione,.troppo dietro ed è forse anche per recuperare posizioni che ha avuto problemi meccanici che l’hanno appiedato. E dire che nonostante il ritardo era riuscito a rientare. Ma cade e si ritira. Ecco la dinamica: perde la borraccia che si incastra tra telaio e ruota posteriore provocando un brusco rallentamento e conseguente tamponamento da parte di un altro corridore. Sarebbe stato sufficiente sostituire il porta borraccia in carbonio con quello in alluminio piu idoneo al pavè e la caduta sarebbe stata evitata perché le bidon, detto alla francese,  non sarebbe uscito. A volte sono i particolari che fanno la differenza.

Parlavo di Cancellara: ha sbagliato i tempi.Un po’ di cronaca ci aiuta a capire cosa è successo.

Prima del pavè, a 160 km dall’arrivo  vanno in fuga una decina di corridori tra cui Greipel e Tjallingi. Non guadagnano tanto e la situazione, per quelli dietro è sotto controllo.

La foresta di Arenberg è a un’ ottantina di km  dal traguardo,   solo Lars Boom attacca,ma senza successo.

Subito dopo parte all’ inseguimento dei primi 10 un drappello di corridori tra cui:Guedons, Van Summeren, Rast, Degemkolb, Quinziato, Bak  che va a riprendere i primi

Ai meno 50 km sono una ventina con 1.30” sul gruppo dei favoriti. E chi tira dietro? La Leopard naturalmente. Ma sono solo 2 e scoppiano presto. Se fossero riusciti a organizzarsi prima la corsa sarebbe potuta cambiare.

Sul pavè di Mons en Pevele Cancellara parte. Solo Hushovd e Ballan resistono.ma non tirano un metro. Quando sono a soli 25” si ferma, si arrabbia., si rialza. Ma a quel punto  sarebbe stato meglio tirar dritto, erano li, a pochi secondi.

Hushovd aveva Van Sumeren e Ballan Quinziato ma credo che entrambi avessero una paura terribile di farsi staccare.Van Summeren offriva maggiori garanzie rispetto a Quinziato questo è vero ma allora perché quando rientra Van Marck si mette a tirare?

Mi ero dimenticato di dirvi che Van Summeren fino a 2 giorni prima della Roubaix era tra le riserve a causa di un dolorino al ginocchio, almeno questa è la versione ufficiale, non era stato schierato al Giro delle Fiandre e solo dopo la ricognizione del venerdi ha avuto la certezza di correre.

Per me c’è lo zampino di Van Peteghem ex compagno di squadra di Van Summeren, grande esperto di queste corse arruolato dalla Garmin solo per Fiandre e Roubaix.

E’ lui che conoscendolo molto bene  potrebbe avere consigliato ed è lui che , credo, abbia optato per questa tattica cioè innervosire Cancellara, tenendo  Hushovd sempre alla sua ruota e non lasciare troppo spazio ai fuggitivi. Tornando a Ballan invece penso  che non avesse la concentrazione giusta. L’esempio è questo: parte lo svizzero, Hushovd a ruota e Ballan? Non c’è. Allora è scoppiato. Niente affatto, arriva. Clasico esempio di un corridore che ha gambe ma non c’è con la testa e il motivo lo sappiamo tutti: l’inchiesta di Mantova.

La Garmin non sbaglia nulla. Sono stati perfetti fin troppo.Sembrava quasi che volessero che Cancellara andasse a riprendere i primi naturalmente con Hushovd a ruota cosi da poterlo eventualmente battere in volata. Hanno giocato bene le loro carte sapendo di non avere l’asso di briscola. Dico questo perché prima Van Marck poi Rasch hanno sempre tenuto la fuga a 1’ secondo piu secondo meno.

Al Carrefour de l’Arbre Van Summeren se ne va e questa si poteva prevedere ma  non capisco perché Cncellara abbia atteso gli ultimi 500 metri per partire e non l’abbia fatto prima. Aveva un minuto di ritardo, quel tratto di pavè tra i piu difficile misura 2000 metri e se avesse allungato prima forse poteva andare e riprendere Van Summeren. È stanco anche lui allora ma poi parte e stacca tutti a 3 km dall’arrivo arrivando a riprendere tutti tranne Van Summeren.  Mi do solo una spiegazione:la pressione che ti porta a sbagliare, piccoli errori  ma decisivi.

Per  il corazziere di Lommel una cosa è certa. Ha vinto la Roubaix, ha fatto felice il papà  anche  se non ha scelto la carriera manageriale  a Hong Kong e Jasmine, la sua fidanzata diventerà sua moglie visto che  prima di salire sul podio le ha chiesto di sposarlo e lei ha detto sì. Tornerà a fare il gregario questo è sicuro  ma la sua vita almeno un po cambierà e da domenica scorsa Johan Van Summeren è un grande e non solo per l altezza.

IL TECNICO AZZURRO? MESTIERE DIFFICILE

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Davide, Ti va bene se in camera ti metto con Francesco?  Mi scusi Alfredo ma…per Francesco intende Moser? Si Davide, lui. Nel 1985 avevo 24 anni, la nazionale sapevo già cosa fosse avendo fatto il panchinaro 2 anni prima ma la notizia di dividere la stanza con Francesco Moser mi creò un leggero imbarazzo e anche un lieve balbettio. Vvaaa Bebebene Alfrredo (la doppia r l’ho sempre avuta). Avevo un certo timore reverenziale nei confronti di Moser ma anche tanta paura. Si, covavo un segreto che né  Alfredo Martini né  Francesco Moser  conoscevano. Soffrivo di incubi notturni, insomma mi capitava spesso di urlare a squarciagola nel bel mezzo della notte. Andò bene, Non feci baccano in quelle notti che anticiparono il mondiale del  Montello. Alfredo Martini mi ha aperto le porte del  paradiso, è stato lui che mi ha permesso di realizzare uno dei sogni della mia vita, indossare la maglia azzurra. Ogni volta che alle premondiali vedevo arrivare la sua ammiraglia guidata da Franco Vita, le mie pulsazioni aumentavano di qualche battito, almeno le prime volte, poi mi sono abituato. Quando si affiancava, ti guardava, non diceva nulla ma bastava un leggero gesto del capo per capire tutto. Mai una volta mi ha detto che un posto in squadra era mio  e mai una volta mi ha chiesto come e quando correre nelle tante premondiali che anticipavano il Mondiale.

Il Commissario Tecnico deve essere psicologo, padre, saggio, consigliere. Nel 1992 qualche giorno prima della corsa stavo facendo colazione. Alfredo si sedette al mio fianco e con il suo solito garbo cominciò a parlare andando  subito al nocciolo. “Davide, cosa ne dici se oggi invece di allenarti con Argentin  esci con Chiappucci”? Ero un gregario di Moreno e i due non si vedevano di buon occhio. Per Alfredo ero la persona giusta per smussare qualche angolo.

Il Commissario Tecnico deve essere attento, imparziale, lungimirante, fiducioso. Gianni Bugno in quel ’92 non aveva fatto grandi cose, era il campione del mondo uscente e nessuno avrebbe scommesso sulla sua riconferma. Non è vero, Alfredo Martini lo considerava a tutti gli effetti uno dei capitani e tutti ne eravamo a conoscenza. Sapete tutti come andò a finire. Bugno, aiutato da Perini, gregario di Chiappucci riconquistò il titolo. L’ammiraglia azzurra. Non è solo una macchina, è il simbolo del nostro ciclismo. Sopra c’è una sola scritta: ITALIA e non può esserci una persona qualunque alla guida. Il commissario tecnico lavora un anno per giocarsi tutto in un giorno. Non puoi sbagliare.

Renaix 1988. Manca un giro e mezzo alla fine. Scatta un francese, mi accodo. Dopo 2 km voltandomi capisco che il mondiale ce lo giochiamo in 15. Non ci sono radio, ma 5 francesi e un solo altro italiano, Maurizio Fondriest. Io so cosa devo fare e so cosa non posso fare. Fondriest non sa cosa deve fare ma sa cosa può fare nonostante abbia solo 23 anni. I giorni della vigilia sono l’ideale per conoscersi, confrontarsi, ascoltarsi. Alfredo Martini non so quante volte mi prese da parte per parlarmi. Aneddoti, sensazioni, episodi, tattiche. Ero l’ultimo dei gregari ma per il Commissario Tecnico il primo degno di attenzione perché anche il mio lavoro poteva risultare determinante. Al suono della campana sono in seconda posizione dietro ad un francese. Scatta Criquiellion ma non posso seguirlo, non ce la faccio. Quello è il treno giusto, lo so. Mi volto a cercare Maurizio ma è già sui pedali. Dietro Fignon non si muove, è lui la chiave del Mondiale. So che partirà ma se riuscirò a stopparlo vincere si può. I due hanno sempre pochi secondi di vantaggio, li vedo. Fignon parte, una, due, tre volte. Io rispondo una, due tre volte. Non ce la faccio più ma quel che mi ha chiesto Martini sono riuscito a farlo. Cosa? Essere leale con i miei compagni, dare tutto per la squadra.Quell’ ammiraglia è un punto di riferimento, una responsabilità e chi ci sta sopra deve essere pronto a qualsiasi imprevisto. Nel 1994, ad Agrigento, dopo tre ore di corsa e parlato con tutti gli azzurri mi sfilai in coda al gruppo per riferire a Martini. “La situazione è questa Alfredo, Furlan e Fondriest non sono in giornata, Chiappucci sta molto bene”. E  Ghirotto come sta Davide, fu la pronta domanda del CT. Continuavo a pedalare al suo fianco, la mano sulla portiera, gli occhi che rimbalzavano tra la coda del gruppo e il viso di Alfredo. “ Ghirotto sta talmente bene che secondo me può aspettare il finale”. In 30” cambiammo radicalmente tattica. Chiappucci arrivò secondo e Ghirotto quarto.

E’ un ruolo difficilissimo, come quello di un amministratore di un condominio molto inquieto.

Deve reggere equilibri delicati.

Non essere ricattabile

Parlare molto perche deve parlare con tutti.

Dire sempre  la verità al corridore, esprimere il proprio pensiero lasciando aperta una speranza a tutti.

Ricercare  molto molto accuratamente i proprio collaboratori

Studiare uno per uno i corridori di interesse nazionale. Questo per arrivare ad un equilibrio di squadra.

Imparare a cogliere prima di tutti i cambiamenti

Vietare ai corridori di provare il percorso in inverno o quando non sono in forma

Parlar agli anziani e rivolgersi ai giovani con lo stesso spirito.

Avere tanti amici anche tra quelli che diventeranno nemici

Anche se non timido far finta di esserlo

Far prevalere il concetto di squadra  Italia. Non vince un singolo ma la squadra.

Deve sapere tutto sui corridori, virtù, difetti  e non solo gli ordini d’arrivo.

Mai mai mai sollevare invidie.

Spiegare sempre tutto ai proprio corridori, nessun segreto.

Assumersi tutte le colpe

In caso di vittoria sparire e lasciare il palcoscenico ”AI MIEI RAGAZZI CHE OGGI SONO STATI MERAVIGLIOSI”